Devo confessare una cosa.
Quando ho iniziato a usare sul serio l’intelligenza artificiale per costruire immagini, mi sono arrabbiato parecchio. Non funzionava come immaginavo. Lanciavo una richiesta, aspettavo la magia, e quello che tornava indietro era quasi sempre deludente: generico, sbagliato, lontano anni luce da ciò che avevo in testa. Ore buttate, tentativi falliti, file cestinati.
Lo racconto perché in giro circola una favola comoda: che l’AI sia il pulsante che risolve tutto in tre secondi. Non è così. E, a pensarci bene, meno male.
Niente è pronto subito (e per fortuna)
L’idea che basti premere un tasto per ottenere il risultato perfetto è la cosa più sbagliata che si possa credere su questa tecnologia. Chi la usa davvero, ogni giorno, lo sa: il primo risultato non è mai quello buono. Si corregge, si rilancia, si ricomincia. Si sbaglia molto prima di azzeccare qualcosa.
E questa, secondo me, è la parte buona. Perché se l’AI desse a tutti, subito, lo stesso risultato impeccabile, allora sì che diventeremmo inutili. Il fatto che serva fatica è esattamente ciò che lascia spazio alla persona. La macchina propone, ma è la testa di chi sta davanti allo schermo a decidere se quella proposta vale qualcosa o va buttata.
Dominarla è una fatica, e va bene così
Costruire un’immagine come la voglio io non è un gioco da ragazzi. Su un ritratto editoriale posso passare un pomeriggio intero solo per sistemare un dettaglio: la grana che sembra finta, un tessuto che cade male, un incarnato che non respira, una luce che invece di accarezzare il viso lo appiattisce. Venti tentativi, a volte, prima di avvicinarmi a quello che cercavo. Stessa storia con un packshot: far sembrare vero un barattolo, dare materia a un olio, peso a un colore. Sembra semplice. Non lo è affatto.
È un percorso che assomiglia molto a quando ho imparato la fotografia: nessuno diventa bravo in un weekend. Ci vogliono prove, errori, pazienza, la voglia di ricominciare quando il risultato non ti convince. Dominare l’AI significa accettare questa fatica, non scansarla. Chi cerca la scorciatoia ottiene scorciatoie: immagini prevedibili, senza nerbo, tutte uguali. Chi ci mette impegno, invece, costruisce un metodo. E il metodo è l’unica cosa che ti permette di comandare lo strumento, invece di sperare nella fortuna.
Non farti mettere i piedi in testa
Qui arriva la parte che mi sta più a cuore. Perché il vero rischio di questa tecnologia non è tecnico, è umano. Non è che l’AI ti rubi il mestiere. È che ti rubi l’abitudine a pensare.
Mi spiego. Quando ti accontenti del primo risultato perché tanto l’ha fatto la macchina, quando smetti di chiederti se quella cosa ti piace davvero, quando lasci che sia l’algoritmo a stabilire qual è il bello e qual è il giusto, allora qualcosa si spegne. Smetti di scegliere. Smetti di avere gusto. Diventi un esecutore di quello che la tecnologia ti mette davanti. È così che ci si fa mettere i piedi in testa da uno strumento: non con la forza, ma con la pigrizia. Un click alla volta, delegando non l’esecuzione, ma il giudizio.
E non vale solo per chi fa il mio lavoro. Vale per chi studia, per chi scrive, per chiunque usi questi strumenti ogni giorno. Il pericolo è lo stesso: confondere la comodità con la resa, e svegliarsi un giorno senza più l’abitudine di decidere con la propria testa.
Comandare, non obbedire
Io l’AI la uso da regista, non da spettatore. Decido io che luce voglio, che atmosfera, che storia deve raccontare un’immagine. Se un risultato non mi convince, lo cestino, anche se la macchina mi assicura che è “perfetto”. Quel “no, rifacciamo” è la cosa più importante di tutto il processo. È il momento in cui resto io a tenere il volante.
La fatica di cui parlavo prima, alla fine, serve proprio a questo: a non addormentarsi. Più ti impegni a capire come funziona lo strumento, più resti tu il padrone. Meno ti impegni, più lo strumento decide al posto tuo. Non c’è una terza via.
In conclusione
L’intelligenza artificiale è qui e non se ne andrà. Possiamo subirla, accettando senza fiatare quello che ci propone e diventando tutti un po’ più uguali e un po’ più passivi. Oppure possiamo imparare a dominarla: con studio, prove, errori e la testardaggine di non accontentarsi.
Io ho scelto la seconda strada, e ti consiglio di sceglierla anche tu, qualunque cosa tu faccia. Non perché sia la più comoda, non lo è. Ma perché è l’unica che ti lascia ancora il diritto di dire: questo l’ho deciso io.
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